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Basile, 40 anni e una certezza: 'Non farò mai l'allenatore'

Last Update: 1/27/2017 3:04 PM
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1/29/2015 2:37 PM
 
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Smettere? Si vedrà tra qualche mese, a stagione chiusa. "Faccio come Mourinho, al 99,9% smetto. Una finestra aperta però la lascio". Fresco di 40 anni compiuti lo scorso sabato (''Il primo a farmi gli auguri è stato il Poz"), Gianluca Basile ancora si diverte sul parquet. A Capo d'Orlando, dove ormai è un'istituzione, sta giocando tanto (23 minuti di media) e bene. Il fisico non può essere più quello di una volta. ("Tengo botta ma faccio una fatica tremenda"), passione e determinazione sono rimaste intatte. "Senza quelle non si va da nessuna parte". Una cosa è certa, quando appenderà le scarpe al chiodo non imiterà tanti suoi colleghi passati dal campo alla panchina. "Il ruolo di allenatore non fa per me". Basile, auguri posticipati.

Qual è stato il regalo più bello ricevuto in questi 40 anni?
"Aver avuto la possibilità di giocare ad alto livello. Era quello che sognavo da bambino, esserci riuscito è stato il miglior regalo - sportivamente parlando - che la vita poteva farmi".

Come va con gli acciacchi dell'età?
"Mi sento bene, il fisico non è più quello di una volta e devo fare i conti con uno sport che negli anni è cambiato molto. Oggi l'atletismo conta tantissimo, lo stile è sempre più Nba e chi non è pronto fisicamente fa tanta fatica. Diciamo che tiro avanti".

Ha capito se può starci ancora in questa serie A?
"Nella prima parte di stagione ho sofferto tantissimo questa differenza fisica con gli altri. Non ho ancora deciso se continuerò. Aspetto fine stagione, al 99,9% penso di chiudere. Ma non si sa mai".

La vedremo giacca a cravatta in panchina?
"Me lo chiedono in tanti, ma non mi sento pronto per fare l'allenatore. E' un mestiere difficile e io non ho le caratteristiche. Da giocatore è tutto più facile, ti alleni e finisce là. L'allenatore deve pensare 24 ore al giorno al basket, agli schemi, a come fermare l'avversario. E poi deve essere uno psicologo, deve entrare nella testa dei giocatori e capire come farli rendere al meglio. Proprio non mi ci vedo, ma nella vita non si sa mai".

Se dovesse racchiudere la sua carriera in tre immagini, quali sceglierebbe?
"La prima senza dubbio l'argento olimpico con la nazionale ad Atene 2004, una gioia immensa. Poi lo scudetto del 2005 con la Fortitudo di cui ero capitano. Per finire l'Eurolega conquistata con il Barcellona. In realtà ce ne sarebbe una quarta, la promozione in serie A1 con Reggio Emilia, il primo passo importante della mia carriera".

C'è un allenatore che non finirà mai di ringraziare?
"Uno in particolare no. Sono stati tutti importanti, tutti mi hanno dato qualcosa".

Che serie A ha ritrovato?
"Tecnicamente il livello è più povero rispetto a qualche anno fa, ma non perché i giocatori sono scarsi. Anzi, sono arrivati americani di buona qualità, grandissimi atleti. Che hanno però un difetto".

Quale?
"Hanno una cultura della pallacanestro completamente diversa dalla nostra, quella dell'uno contro uno, e hanno poca disponibilità ad impararne una diversa. Dovrebbero capire che in Europa si gioca di squadra invece si intestardiscono nel loro gioco. Credo non sia casuale che tanti di questi giocatori resistono in una squadra uno-due anni al massimo senza riuscire a costruirsi una carriera europea di alto livello".

Capo d'Orlando è in linea con l'obiettivo salvezza.
"Abbiamo giocato praticamente tutto il girone di andata in sette e due di questi sette - io e Soragna - sono quarantenni. Infatti facciamo tanta fatica in trasferta, in casa invece anche grazie alla spinta del pubblico siamo riusciti a toglierci belle soddisfazioni battendo squadre importanti come Sassari e Venezia".

Il campionato invece come finirà?
"Non credo che il pronostico sarà ribaltato. Milano è di un altro livello, ha forza fisica, talento. In una serie play off è praticamente impensabile batterli quattro volte''.

Quali giocatori l'hanno sorpresa di più?
''Pascolo senza dubbio. Lo avevo seguito in A2 dove aveva avuto grandi numeri, è riuscito a confermarsi ad un livello ancora più difficile. Tra gli stranieri Mitchell, un talento pazzesco, giocatore con potenzialità da Eurolega".

La nazionale può fare un grande Europeo?
"Dipende dalla disponibilità che metteranno tutti. E per disponibilità intendo la voglia di sacrificarsi, di non tirarsi indietro, di mettere il noi davanti all'io. Come talento non siamo inferiori a nessuno, ma le grandi vittorie si costruiscono col gruppo".

Un gruppo in cui ci sarà anche Hackett. Giusta la grazia concessa dal presidente Petrucci?
"Il presidente ha fatto la scelta giusta. Hackett è un patrimonio del nostro basket, una pedina fondamentale per la nazionale. Ha sbagliato, ha pagato ma credo che tutto si sarebbe potuto gestire meglio. L'Italia ha bisogno di un giocatore come Hackett anche se la nazionale non può essere un obbligo per nessuno''.

Nicola Apicella

Repubblica.it

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